La caja, recensione del film sulla paternità diretto da Lorenzo Vigas

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La caja, recensione del film di Lorenzo Vigas, con Hernán Mendoza e Hatzín Navarrete, presentato a Venezia 78

La caja racconta il viaggio emotivo e formativo dell’adolescente Hatzín attraverso l’America Latina, intrapreso per recuperare i resti del padre trovati in una fossa comune a Nord del Messico. Arrivato lì però, la possibilità e la speranza che il padre sia ancora vivo lo portano a legarsi a un uomo fisicamente somigliante al padre. Un uomo che potrebbe far luce su cosa sia successo alla famiglia di Hatzín e sulla reale o fittizia morte del genitore.

La caja è un film sulla necessità di una figura genitoriale, identificata qui in particolare con il bisogno d’affetto, un sentimento troppo a lungo negato nella vita del giovane protagonista. Il punto di vista della storia, che parla tanto del vissuto personale di Hatzín quanto dell’intera condizione di un Paese come il Messico, è quello di un’adolescente alle prese con una verità che non vuole accettare. Quella stessa verità che, forse, potrebbe non essere così falsa come appare. Ciò a cui crede Hatzín è ciò a cui lo spettatore inizia a credere, ma è il beneficio del dubbio ad avere sempre la meglio.

Emblema universale di un intero continente

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La caja

Il Messico, il luogo che Vigas mostra, attraverso campi lunghi, inquadrature fisse che riprendono distese di terra aride, talvolta bruciate dal sole, talvolta innevate e scosse da forti venti, è il simbolo di migliaia di famiglie senza genitori. È l’identità di un Paese che, negli anni, ha perso il contatto con la rarità dell’essere orfani, una condizione diventata normale, ma ancora terribilmente dolorosa. Il protagonista si fa portavoce di quella sensazione di profonda solitudine e mancanza di calore che investe un intero continente e che riguarda sia il microcosmo personale che Hatzín si costruisce che il vasto mondo nel quale sarà costretto a diventare adulto.

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La caja è un film fatto di silenzi, sguardi e primi piani: alla macchina da presa interessa il luogo e l’interiorità dei personaggi, stretti indissolubilmente nella morsa di un destino ineluttabile. Il viaggio del protagonista è il viaggio attraverso la costruzione della propria identità, un percorso provato e segnato da un’assenza che lo accompagnerà sempre. Hatzín parte senza guida, e senza un accompagnatore compie scelte troppo importanti da prendere, pagandone da solo le conseguenze. La ricerca del padre diventa la ricerca di se stessi, del proprio essere vivi, del proprio essere al mondo e dell’entrare in contatto con le proprie emozioni. La caja è poetico nella regia e nella fotografia, piuttosto semplice e naturale, confondendo leggermente nella sceneggiatura: un tramite per rappresentare la forza di Hatzín nella disperata ricerca di quel padre che, tra insensibilità e freddezza, è in realtà il padre di un intero Paese popolato da troppi orfani.

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Questa era la recensione del film La caja, diretto da Lorenzo Vigas, presentato a Venezia 78 e interpretato da Hernán Mendoza, Hatzín Navarrete, Elián González, Cristina Zulueta, Dulce Alexa Alfaro, Graciela Beltrán.

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PANORAMICA RECENSIONE

Regia
8
Sceneggiatura
6
Interpretazione
8
Sound
6
Emozione
7
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